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Reati informatici: la Cassazione
cambia la competenza

Publicato il 04 maggio 2015 by Marta Colombo

IMG_2901Una recentissima pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione – la n.17325 del 24.4.2015 -  ha mutato l’orientamento giurisprudenziale in merito al Foro competente per il reato di “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico” (art.615ter c.p.).

Il reato è commesso da chi:

a) si introduce abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza sia da lontano (come nel caso dell’ hacker), sia da vicino (cioè da persona che si trova a diretto contatto con l’elaboratore);

b) rimane nel sistema contro la volontà, espressa o tacita, di chi ha il diritto di esclusione.

Fino ad oggi la competenza territoriale era individuata nel luogo dove si trova il server sul quale l’accesso è avvenuto, spesso luogo molto distante dalla “postazione” della persona che effettua l’accesso vietato.

La sentenza delle Sezioni Unite, estremamente interessante, compie un dettagliato excursus sulla normativa e sulla giurisprudenza in materia, in continua evoluzione a causa delle innovazioni tecnologiche che sempre più velocemente trasformano la nostra vita e il nostro lavoro, ed arriva ad affermare il seguente principio di diritto

Il luogo di consumazione del delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, di cui all’art. 615 ter c.p., è quello nel quale si trova il soggetto che effettua l’introduzione abusiva o vi si mantiene abusivamente“.

In particolare le Sezioni Unite con questa prouncia hanno risolto il conflitto negativo di competenza per territorio sollevato da parte del GUP di Napoli, il quale riteneva che il luogo di consumazione del reato  debba radicarsi ove ha agito l’operatore remoto e non nel luogo dove si trova il server violato.

Nel corso degli anni, la dottrina aveva  evidenziato due opinioni contrapposte: per alcuni interpreti  la competenza è del tribunale del luogo nel quale il soggetto si è connesso alla rete effettuando il collegamento abusivo, per altri è, invece, del tribunale del luogo ove è fisicamente situata la banca-dati oggetto della intrusione.

Una sola sentenza della Corte di cassazione aveva in precedenza approfondito la questione, affermando la competenza del tribunale del luogo dove si trova il  server (Cass. Sez. 1, n. 40303 del 27/05/2013), basandosi sul seguente ragionamento: il reato si perfeziona nel momento in cui l’agente vìola le protezioni di un sistema informatico introducendosi in esso pur non essendo autorizzato a farlo (cioè contro la volontà del titolare del sistema stesso), quindi la violazione si intende avvenuta dove fisicamente si trova il server violato.

La recentissima pronuncia rileva però che “” nel cyberspazio i criteri tradizionali per collocare le condotte umane nel tempo e nello spazio entrano in crisi, in quanto viene in considerazione una dimensione “smaterializzata” (dei dati e delle informazioni raccolti e scambiati in un contesto virtuale senza contatto diretto o intervento fisico su di essi) ed una complessiva “delocalizzazione” delle risorse e dei contenuti (situabili in una sorte di meta-territorio).

Del resto, la dimensione a-territoriale si è incrementata da ultimo con la diffusione dei dispositivi mobili (tablet, smartphone, sistemi portatili) e del cloud computing, che permettono di memorizzare, elaborare e condividere informazioni su piattaforme delocalizzate dalle quali è possibile accedere da qualunque parte del globo.””

Ne consegue che “articolare la competenza in termini di fisicità, secondo gli abituali schemi concettuali del mondo materiale, non tiene conto del fatto che la nozione di collocazione spaziale o fisica è essenzialmente estranea alla circolazione dei dati in una rete di comunicazione telematica e alla loro contemporanea consultazione da più utenti spazialmente diffusi sul territorio.

Alla luce di queste considerazioni, la nozione di accesso in un sistema informatico non coincide con l’ingresso all’interno del server fisicamente collocato in un determinato luogo, ma con l’introduzione telematica o virtuale, che avviene instaurando un colloquio elettronico o circuitale con il sistema centrale e con tutti i terminali ad esso collegati.

“”L’ingresso o l’introduzione abusiva, allora, vengono ad essere integrati nel luogo in cui l’operatore materialmente digita la password di accesso o esegue la procedura di login, che determina il superamento delle misure di sicurezza apposte dal titolare del sistema, in tal modo realizzando l’accesso alla banca-dati.””

“”Da tale impostazione, coerente con la realtà di una rete telematica, consegue che il luogo del commesso reato si identifica con quello nel quale dalla postazione remota l’agente si interfaccia con l’intero sistema, digita le credenziali di autenticazione e preme il testo di avvio, ponendo così in essere l’unica azione materiale e volontaria che lo pone in condizione di entrare nel dominio delle informazioni che vengono visionate direttamente all’interno della postazione periferica.

Anche in tal senso rileva non il luogo in cui si trova il server, ma quello decentrato da cui l’operatore, a mezzo del client, interroga il sistema centrale che gli restituisce le informazioni richieste, che entrano nella sua disponibilità mediante un processo di visualizzazione sullo schermo, stampa o archiviazione su disco o altri supporti materiali.””

 

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Alla mediazione devono partecipare le parti personalmente

Publicato il 16 marzo 2015 by Marta Colombo

stretta-di-mano_600x398Una recentissima sentenza (9 marzo 2015) del Tribunale di Vasto coglie un aspetto molto importante in tema di mediazione – precisamente nel caso di mediazione disposta dal Giudice – accogliendo l’impostazione già espressa da alcune ordinanze dal Tribunale di Firenze nel 2014 (dott.ssa Breggia 19.3.2014 e 26.11.2014 – dott.Scionti 17.3.2014) e del Tribunale di Roma.

Si afferma nella sentenza che l‘incontro preliminare di mediazione non può considerasi svolto  – e quindi non può ritenersi soddisfatta la condizione di procedibilità della domanda giudiziale – se vi all’incontro stesso hanno partecipato solo gli avvocati e non le parti personalmente.

In particolare, nel caso di mediazione disposta dal Giudice – art. 8 D. Lgs.28/2010 modificato dalla L.98/2013), il Giudice di Vasto afferma che l’ordine del giudice “è da ritenersi osservato soltanto in caso di presenza della parte, accompagnata dal difensore, e non anche in caso di comparsa del solo difensore“.

Il Giudice coglie un elemento fondamentale della mediazione, che purtroppo ancora oggi molti legali sembrano non voler recepire: nella mediazione, procedimento per sua natura mirato a cercare di ristabilire il dialogo fra due soggetti in lite, le emozioni e i “vissuti” personali hanno un ruolo determinante e sono utilissimi al mediatore per aiutare le parti a cercare un canale comunicativo che possa portarle all’accordo.

E’ evidente che l’avvocato non potrà (anzi non dovrà) mai manifestare in mediazione le stesse emozioni provate dal proprio assistito nei confronti della controparte!

Il Giudice di Vasto precisa ancora: “nella mediazione è fondamentale, infatti, la percezione delle emozioni nei confllitti e lo sviluppo di rapporti empatici ed è, pertanto, indispensabile un contatto diretto tra il mediatore e le persone parti del conflitto. Il mediatore deve comprendere quali siano i bisogni, gli interessi, i sentimenti dei soggetti coinvolti, e questi sono profili che le parti possono e debbono mostrare con immediatezza senza il filtro dei difensori (che comunque assistono la parte)“. E ancora “il principale significato della mediazione è proprio il riconoscimento della capacità delle persone di diventare autrici del percorso di soluzione dei conflitti“.

Del resto, gli avvocati conoscono bene la mediazione, pertanto non avrebbe senso un incontro preliminare/informativo in cui il mediatore abbia di fronte solo gli avvocati, mentre al contrario la funzione informativa può e deve essere svolta nei confronti delle parti coinvolte, rendendole consapevoli e soprattutto protagoniste della decisione sulla prosecuzione della mediazione.

Ciò vale a maggior ragione nella mediazione disposta dal Giudice, il quale evidentemente ha già valutato la “mediabilità” del conflitto. Tra l’altro una fase informativa dovrebbe essere già stata svolta da parte degli avvocati (il relativo modulo sottoscritto dal cliente deve essere allegato agli atti di causa).

A conclusione del proprio ragionamento il Giudice di Vasto precisa anche che nel caso di mediazione obbligatoria o demandata dal Giudice,  graverà sul mediatore “l’onere di adottare ogni opportuno provvedimento finalizzato ad assicurare la presenza personale delle parti, ad esempio disponendo – se necessario – un rinvio del primo incontro, sollecitando anche informalmente il difensore della parte assente a stimolarne la comparizione, ovvero dando atto a verbale che, nonostante le iniziative adottate, la parte a ciò invitata non ha inteso partecipare personalmente agli incontri, né si è determinata a nominare un suo delegato (diverso dal difensore) per il caso di assoluto impedimento a comparire“.

Quale mediatore che spesso si ritrova a svolgere incontri preliminari con i soli avvocati, ritengo questa sentenza un grande aiuto da parte della magistratura, che (come nel caso delle ordinanze della dott.ssa Breggia di Firenze) coglie pienamente il senso e il valore della presenza personale dei “litiganti” in mediazione.

Finora, infatti, ho riscontrato una grande resistenza da parte di molti avvocati che, trincerandosi dietro la procura speciale rilasciata dal cliente, non hanno ritenuto di accogliere il mio invito a far partecipare personalmente il loro assistito, nemmeno di fronte all’evidente constatazione che l’avvocato non prova le stesse emozioni né esprime gli stessi bisogni del cliente rispetto al conflitto.

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L’affido condiviso vieta al genitore di trasferirsi senza il consenso dell’ex coniuge

Publicato il 02 dicembre 2013 by Marta Colombo

IMG_2901Molti genitori separati (soprattutto madri) anche su questo sito pongono la domanda: “ho un nuovo compagno, posso trasferirmi con lui in un’altra città lontana da dove vivo attualmente?”; oppure “ho trovato lavoro in un’altra città, posso portare con me i bambini?”.

A questa domanda ha dato recentemente una risposta la Cassazione, con la sentenza  n. 43292 del 23 Ottobre 2013.

Si tratta del caso di una donna separata che aveva deciso unilateramente di trasferirsi, insieme alla figlia piccola,  in Sicilia per cercare lavoro. Tuttavia il  Tribunale in sede di separazione aveva, in precedenza, stabilito la collocazione della bambina nell’ex abitazione coniugale (in provincia di Trento), concedendo al padre il diritto di visita alla figlia anche durante i giorni infrasettimanali.

La Legge n. 54/2006 che ha introdotto l’affido condiviso parla chiaramente di parità genitoriale e dell’obbligo di concordare le decisioni di maggiore importanza relative ai figli: è ovvio che il trasferimento in un’altra città  rientra nell’ambito delle scelte importanti per la vita dei figli e, quindi, si tratta di una scelta che non può essere fatta unilateralmente da un solo genitore.

La Cassazione con la citata sentenza n.43292/2013 ha affermato il principio in base al quale “l’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi l’affidamento di minori può concretarsi in un qualunque comportamento da cui derivi la ‘frustrazione’ delle legittime pretese altrui, ivi compresi gli atteggiamenti di mero carattere omissivo, quando questi siano finalizzati ad ostacolare ed impedire di fatto l’esercizio del diritto di visita e di frequentazione della prole“.

Conseguentemente,  il trasferimento effettuato senza interpellare l’ex coniuge (o senza autorizzazione del Giudice) rientra fra le violazioni delle disposizioni del Tribunale sulla separazione e sull’affido condiviso.

In definitiva, se un genitore – in regime di affido condiviso – desidera trasferirsi altrove, occorre che abbia il consenso del coniuge o l’autorizzazione del Tribunale: altrimenti rischia che il Tribunale stesso modifichi il collocamento dei figli  o, nei casi più gravi, disponga la decadenza dalla potestà genitoriale.

(fonte: www.diritto24.ilsole24ore.com del 23.10.2013)

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Furto in appartamento durante i lavori di ritrutturazione
nel condominio: chi è responsabile?

Publicato il 08 aprile 2013 by Marta Colombo

Da Altalex raccogliamo la notizia di una interessante  sentenza della Cassazione ( sez. III civile, sentenza 28.01.2013 n° 1890): il tema affrontato è la responsabilità della ditta appaltatrice e del condominio nel caso in cui si verifichi un furto in appartamento, agevolato dalla presenza dei ponteggi per i lavori di manutenzione o rifacimento della facciata.

Nel caso specifico, sono stati presi in considerazione alcuni elementi particolari.

E’ stato valutato il comportamento del condomino vittima del furto, il quale non aveva attuato cautele nella conservazione dei preziosi poi trafugati e, inoltre, aveva dato voto favorevole alla delibera con la quale il condominio aveva deciso di non installare l’impianto antifurto sul ponteggio, perché ritenuto troppo costoso.

Proprio questo ultimo elemento, è stato determinante e ha condotto a escludere la qualsiasi responsabilità, non solo in capo all’impresa esecutrice dei lavori, ma anche del condominio.

In sostanza il condomino, aderendo alla decisione del condominio di non installare sui ponteggi alcun impianto antifurto, si era assunto il rischio di poter subire un furto, determinando anche l’esclusione di resposabilità in capo al condominio.

Nessuna responsabilità invece in capo all”impresa, la quale si era limitata ad eseguire la delibera del condominio e non aveva installato l’antifurto.

Tradizionalmente, per riconoscere al condomino il diritto al risarcimento dei danni conseguenti al furto subito, i giudici, sia di merito sia di legittimità, hanno ritenuto sufficiente la dimostrazione dell’ingresso dei ladri nell’appartamento per mezzo dei ponteggi, della presenza dei ponteggi e dell’assenza di norme di cautela, ritenendo per contro irrilevanti eventuali comportamenti colposi realizzati dagli stessi condomini vittime di furti quali, ad esempio, l’aver lasciato aperte le finestre attraverso le quali erano penetrati i ladri, oppure l’aver lasciato incustoditi i beni di valore sottratti.

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L’ex moglie può tornare al paese natale se l’ex marito
non dà mantenimento per i figli

Publicato il 02 giugno 2011 by Marta Colombo

La recentissima sentenza della Cassazione, n.11062 del 19.05.2011, ha stabilito che deve considerarsi giustificato il trasferimento della ex moglie al paese di origine, se il marito non contribuisce adeguatamente al mantenimento dei figli. In particolare, l’ex moglie conserva l’affidamento esclusivo dei figli anche se decide di ritornare al paese di origine, per avvalersi del sostegno – personale ed economico – dei genitori, se l’ex marito versa un mantenimento insufficiente ai figli.

La Corte ritiene quindi che l’allontanamento dalla figura paterna sia in questo caso giustificato e compiuto nell’esclusivo interesse dei figli minori.


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Buche piene d’acqua: il Comune deve risarcire pedone caduto

Publicato il 31 maggio 2011 by Marta Colombo

Nuova sentenza della Cassazione in materia di incidenti: in questo caso non si tratta di sinistri automobilistici, ma del caso (peraltro assai frequente) di un pedone che  cade sul marciapiede a causa di una buca, di fatto invisibile perché piena d’acqua piovana.

La Suprema Corte, infatti,  ha precisato che  in questo caso il Comune deve risarcire il pedone per i danni subiti e non può invocare a propria discolpa il “caso fortuito: infatti, la pioggia non è un evento che possa essere definito fortuito, ma è ampiamente prevedibile e non interrompe la relazione causale fra la cosa posta sotto la custodia del Comune, cioè il marciapiede sconnesso, e il danno, vale a dire la caduta del pedone.

E’ evidente che la pioggia occulta le asperità (e le buche) del suolo e le rende quindi insidiose, mentre in assenza di acqua nella buca si
sarebbe potuto configurare un concorso di colpa dell’infortunato, che non aveva fatto attenzione a dove metteva il piede e non si era accorto delle insidie presenti.

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Convivenza “temporanea” dell’ex
e mantenimento

Publicato il 18 gennaio 2011 by Marta Colombo

La Cassazione ha ritenuto illegittima la revoca  dell’assegno di mantenimento a carico dell’ex marito, disposta dalla Corte d’Appello dopo che l’ex moglie aveva iniziato una convivenza – peraltro terminata dopo pochi mesi – con un altro uomo, che aveva le disponibilità economiche per provvedere al mantenimento della donna.

I Giudici, con la sentenza n.23968/10,  hanno infatti stabilito che in casi come questo  l’assegno di divorzio  non può essere automaticamente negato perché il nuovo rapporto more uxorio rappresenta soltanto uno degli elementi da valutare, per accertare se il coniuge (in questo caso la moglie) dispone di mezzi economici adeguati, rispetto al tenore di vita di cui godeva in costanza di matrimonio.

In definitiva la nuova convivenza, soprattutto se di breve durata,  non dimostra  – di per sé – che vi è stato un miglioramento delle condizioni economiche del coniuge beneficiario dell’assegno e quindi non consente di esonerare l’altro coniuge dal contributo di mantenimento.

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Figli “negati”: l’ex coniuge ha diritto al risarcimento

Publicato il 06 settembre 2010 by Marta Colombo

Sono sempre più frequenti i casi di genitori separati che non rispettano le decisioni del Giudice sull’affidamento dei figli: le modalità variano a seconda che si tratti della madre o del padre, perché diversa è – di solito – la posizione dell’uno e dell’altro rispetto all’affidamento.

Infatti, di norma accade che i genitori condividano l’affido dei figli, che però vivono per lo più con la madre: il padre, quindi, è solitamente obbligato a versare alla ex moglie un contributo per il mantenimento dei figli che vivono con lei.

Ecco quindi che da questa struttura dell’affidamento discendono le due modalità di “disubbidienza” o, se vogliamo, di dispetto nei confronti dell’ex coniuge, ma di cui sono i figli a subire le peggiori conseguenze.

Sono, purtroppo, molto comuni i casi in cui il padre omette di pagare il mantenimento per i figli, costringendo l’ex moglie a rivolgersi nuovamente al Giudice per ottenere coattivamente il pagamento.

Da parte delle madri, vi è invece un altro tipo di violazione, che consiste nell’impedire al padre di vedere i figli, adducendo le scuse più varie o addiruttura non facendosi trovare a casa quando il padre viene a prendere il bimbo per il suo “turno” di visita.

In relazione a quest’ultimo tipo di situazione, una recentissima sentenza della Cassazione Penale (n.32562/2010) ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno morale a un padre al quale la ex moglie impediva sistematicamente di frequentare la figlia quattordicenne.

In sostanza è stato riconosciuta l’esistenza del danno morale derivante dal reato di “mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice”, previsto dall’art.388 del Codice Penale, in base al quale la ex moglie era già stata condannata a quattro mesi di reclusione.

In casi come questi il genitore che non rispetta la disposizione del Giudice non solo viola il diritto dell’altro genitore a stare con il figlio, ma anche il corrispettivo diritto del figlio a trascorrere del tempo con il genitore.

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