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Comporre conflitti o definire procedimenti?

Publicato il 18 settembre 2015 by Marta Colombo

IMG_2329l’eventuale sentenza non sarebbe idonea a comporre il conflitto potendo solo definire il procedimento

La frase sopra riportata è tratta dalla motivazione di una ordinanza del Tribunale di Milano del 15 luglio 2015 (estensore dott. Giuseppe Buffone), emessa nell’ambito di un complesso procedimento in cui la domanda principale, volta all’annullamento di un matrimonio, era corredata da domande accessorie  di carattere patrimoniale.

Al di là del caso trattato e delle motivazioni in diritto sull’applicabilità della normativa di cui al D.lgs. 28/2010 (“il giudice può imporre/prescrivere la mediazione civile ma anche semplicemente suggerirla“), l’attenzione va posta sull’argomentazione usata dal Giudice per invitare le parti a usufuire del procedimento di mediazione.

In sostanza il giudice ha assunto pienamente il proprio ruolo  di “direttore” del procedimento (attribuitogli dall’art.175 c.p.c.), prima ancora che di giudicante, evidenziando alle parti i tempi lunghi di un giudizio molto complesso il cui esito – con ogni probabilità – sarebbe una pronuncia che definirebbe formalmente il procedimento giudiziale, ma non avrebbe l’esito di comporre il conflitto fra le parti.

Ovviamente la mediazione non potrà avere ad oggetto i diritti indisponibili (nel caso trattato, l’annullamento di un matrimonio) ma solo diritti disponibili/ patrimoniali: tuttavia, l’accordo su questi ultimi potrebbe risultare talmente soddisfacente per le parti, da ridimensionare l’esigenza di una pronuncia giudiziale.

Ecco quindi che il Giudice si avvale della collaborazione degli avvocati delle parti, convocandoli in udienza per “fissare la modalità della mediazione (luogo, tempi, organismo) secondo quanto scelto dalle parti stesse“.

Non sappiamo quale sarà l’esito di questa mediazione, ma da questa ordinanza emergono chiaramente due aspetti che ritengo fondamentali:

1)  il “plus” della mediazione rispetto al processo è la possibilità concreta di comporre il conflitto, riattivando la comunicazione fra le parti e dando loro la possibilità di risolvere la questione in prima persona;

2) la collaborazione fra le vari parti è importantissima:

- il Giudice che ne conosce il valore non manda le parti in mediazione per evitare di scrivere una sentenza complessa, ma perché si rende conto che comporre il conflitto è più importante che definire il procedimento.

- gli avvocati sanno che le parti – pur ritenendosi nel giusto – sono infastidite dai tempi lunghi e dal tecnicismo del processo: è meglio avere una  strada alternativa che possa portare, in tempi relativamente brevi, a una soluzione  condivisa.

- il mediatore (o i mediatori) lavora meglio quando sa che il Giudice gli affida le parti con convinzione e quando può contare sulla collaborazione di avvocati che svolgono correttamente il proprio ruolo in mediazione.

 

 

 

 

 

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Alla mediazione devono partecipare le parti personalmente

Publicato il 16 marzo 2015 by Marta Colombo

stretta-di-mano_600x398Una recentissima sentenza (9 marzo 2015) del Tribunale di Vasto coglie un aspetto molto importante in tema di mediazione – precisamente nel caso di mediazione disposta dal Giudice – accogliendo l’impostazione già espressa da alcune ordinanze dal Tribunale di Firenze nel 2014 (dott.ssa Breggia 19.3.2014 e 26.11.2014 – dott.Scionti 17.3.2014) e del Tribunale di Roma.

Si afferma nella sentenza che l‘incontro preliminare di mediazione non può considerasi svolto  – e quindi non può ritenersi soddisfatta la condizione di procedibilità della domanda giudiziale – se vi all’incontro stesso hanno partecipato solo gli avvocati e non le parti personalmente.

In particolare, nel caso di mediazione disposta dal Giudice – art. 8 D. Lgs.28/2010 modificato dalla L.98/2013), il Giudice di Vasto afferma che l’ordine del giudice “è da ritenersi osservato soltanto in caso di presenza della parte, accompagnata dal difensore, e non anche in caso di comparsa del solo difensore“.

Il Giudice coglie un elemento fondamentale della mediazione, che purtroppo ancora oggi molti legali sembrano non voler recepire: nella mediazione, procedimento per sua natura mirato a cercare di ristabilire il dialogo fra due soggetti in lite, le emozioni e i “vissuti” personali hanno un ruolo determinante e sono utilissimi al mediatore per aiutare le parti a cercare un canale comunicativo che possa portarle all’accordo.

E’ evidente che l’avvocato non potrà (anzi non dovrà) mai manifestare in mediazione le stesse emozioni provate dal proprio assistito nei confronti della controparte!

Il Giudice di Vasto precisa ancora: “nella mediazione è fondamentale, infatti, la percezione delle emozioni nei confllitti e lo sviluppo di rapporti empatici ed è, pertanto, indispensabile un contatto diretto tra il mediatore e le persone parti del conflitto. Il mediatore deve comprendere quali siano i bisogni, gli interessi, i sentimenti dei soggetti coinvolti, e questi sono profili che le parti possono e debbono mostrare con immediatezza senza il filtro dei difensori (che comunque assistono la parte)“. E ancora “il principale significato della mediazione è proprio il riconoscimento della capacità delle persone di diventare autrici del percorso di soluzione dei conflitti“.

Del resto, gli avvocati conoscono bene la mediazione, pertanto non avrebbe senso un incontro preliminare/informativo in cui il mediatore abbia di fronte solo gli avvocati, mentre al contrario la funzione informativa può e deve essere svolta nei confronti delle parti coinvolte, rendendole consapevoli e soprattutto protagoniste della decisione sulla prosecuzione della mediazione.

Ciò vale a maggior ragione nella mediazione disposta dal Giudice, il quale evidentemente ha già valutato la “mediabilità” del conflitto. Tra l’altro una fase informativa dovrebbe essere già stata svolta da parte degli avvocati (il relativo modulo sottoscritto dal cliente deve essere allegato agli atti di causa).

A conclusione del proprio ragionamento il Giudice di Vasto precisa anche che nel caso di mediazione obbligatoria o demandata dal Giudice,  graverà sul mediatore “l’onere di adottare ogni opportuno provvedimento finalizzato ad assicurare la presenza personale delle parti, ad esempio disponendo – se necessario – un rinvio del primo incontro, sollecitando anche informalmente il difensore della parte assente a stimolarne la comparizione, ovvero dando atto a verbale che, nonostante le iniziative adottate, la parte a ciò invitata non ha inteso partecipare personalmente agli incontri, né si è determinata a nominare un suo delegato (diverso dal difensore) per il caso di assoluto impedimento a comparire“.

Quale mediatore che spesso si ritrova a svolgere incontri preliminari con i soli avvocati, ritengo questa sentenza un grande aiuto da parte della magistratura, che (come nel caso delle ordinanze della dott.ssa Breggia di Firenze) coglie pienamente il senso e il valore della presenza personale dei “litiganti” in mediazione.

Finora, infatti, ho riscontrato una grande resistenza da parte di molti avvocati che, trincerandosi dietro la procura speciale rilasciata dal cliente, non hanno ritenuto di accogliere il mio invito a far partecipare personalmente il loro assistito, nemmeno di fronte all’evidente constatazione che l’avvocato non prova le stesse emozioni né esprime gli stessi bisogni del cliente rispetto al conflitto.

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Cos’è davvero la conciliazione?

Publicato il 10 marzo 2011 by Marta Colombo

Con un intervento sul sito www.ilgiornale.it ho cercato di  chiarire alcuni aspetti, sinora poco chiari o trascurati, della mediazione-conciliazione di cui tanto si sente parlare e che diventerà obbligatoria tra pochi giorni (dal 20 marzo prossimo).

Certamente si tratta di un argomento complesso che non può essere sviscerato in poche righe, ma ritengo giusto evidenziare che la mediazione – utilizzata con successo in tantissimi paesi, dagli Usa all’Argentina – difficilmente potrà costituire una minaccia alla giustizia.
Leggi l’articolo pubblicato su ilgiornale.it

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Mediazione: una alternativa al Tribunale

Publicato il 15 giugno 2009 by simmessa

Ormai non si fa quasi più caso alla situazione tragica della giustizia italiana, regolarmente ricordata all’apertura di ogni anno giudiziario: l’arretrato è impossibile da smaltire, il personale è insufficiente e talvolta inadeguato, manca persino la carta per le fotocopie…
Ma non si evidenzia un altro dato, cioè che per le aziende italiane la lentezza della giustizia civile ha un costo molto alto.
Come giustamente nota Luigi Ferrarella sul Corriere della sera del 12 maggio scorso,
citando una indagine del Centro studi di Confartigianato, questa inefficienza della giustizia si traduce in una ”tassa occulta di circa 371 euro per azienda, un’inefficienza che mette le mani
nelle loro tasche anche se non se ne avvedono, un nemico che li insegue
nella quotidianità quand’anche in vita loro abbiano la fortuna di non
mettere mai piede in un tribunale
“.
Tanto per fare un esempio, la lentezza nelle procedure concorsuali (come il fallimento) spinge le aziende a
rivolgersi alle banche e a sopportare maggiori oneri finanziari
Inoltre, il recupero di un credito comporta tempi molto diversi da regione a regione: un procedimento civile dura in media 7 anni e 3 mesi in Liguria quando in Trentino si risolve attorno ai 3 anni; scendendo nel dettaglio,  a Enna la durata è di quasi 7 anni, mentre a Vercelli poco più di 6 mesi.
Facile gettare la croce addosso agli avvocati, che a detta di molti hanno interesse a far durare a lungo le cause: questo può essere vero, ma in una minoranza dei casi. (Normalmente, invece, l’avvocato non trae alcun giovamento dalla lungaggine ; anzi il legale è spesso impotente di fronte a trasferimenti di magistrati, rinvii lunghissimi per “sovraccarico del ruolo del giudice” , e deve anche fronteggiare il cliente che giustamente si arrabbia , mentre preferirebbe chiudere in fretta ogni procedura per soddisfare la propria clientela e dedicarsi a qualcosa di nuovo).
Che fare, quindi?
Una soluzione a tante controversie può essere cercata in un procedimento alternativo alla giustizia tradizionale: la mediazione (o conciliazione).
Si tratta di un metodo di soluzione alternativa delle controversie, che è nato negli Stati Uniti, da dove poi è stato “esportato” con sempre maggiore successo in tutto il mondo.
Il mediatore non è un giudice né un arbitro, ma un professionista imparziale che – attraverso domande rivolte alle parti singolarmente e in sessioni congiunte – non propone una soluzione ma aiuta le parti a raggiungere un accordo condiviso sulla controversia che le oppone.
La mediazione è applicabile sia alle controversie tra imprese (forniture difettose, mancato pagamento, violazione di patti) che a quelle tra privati (liti condominiali, questioni ereditarie, difficoltà nei rapporti fra genitori separati), nei rapporti di lavoro, nelle controversie che coinvolgono i consumatori.
La mediazione ha il vantaggio di essere più breve e meno costosa di una causa giudiziaria, e di dare alle parti un ruolo di protagoniste della discussione e dell’accordo.

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